Algoritmi: la scienza dei numeri influisce davvero nel nostro quotidiano?

– Dalla rubrica di Daniele Giussani, Senza guardare indietro” –

Immaginate di essere il genitore di una giovane adolescente che vive in casa con voi e che frequenta ancora le scuole superiori. Immaginate una sua gravidanza che nei primi tempi vi tiene nascosta per ovvi motivi. Immaginate ora di venire a conoscenza della gestazione, non da vostra figlia ma da una società che si occupa di vendite al dettaglio, la quale è stata in grado di prevedere la data del parto e le ha inviato a casa dei buoni sconto su tutine e pannolini. La domanda ora sorge, come si suol dire, spontanea: come è stato possibile prevedere tutto ciò? La risposta, non così solerte, fatta di dati, analisi predittive e soprattutto algoritmi, la troverete proseguendo la lettura.

Cos’è e come funziona un algoritmo

Un algoritmo non è altro che una sequenza di passaggi determinati, di istruzioni basilari con un numero finito di regole che ci portano verso uno specifico risultato. Per essere definito tale, un algoritmo deve possedere queste cinque caratteristiche: elementare, non ambiguo, finito, limitato ed effettivo.

La parola deriva dal nome latinizzato di al-Khwārizmī (nome completo Abū Jaʿfar Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī), uomo al servizio della scienza, matematico e astronomo a cui è stata assegnata la paternità del primo algoritmo della storia: il metodo a colonna della somma di due numeri con procedura da destra verso sinistra.

Utilizziamo algoritmi tutti i giorni senza sapere di farlo quando sequenziamo dei passaggi ben precisi per arrivare a un risultato. Se prepariamo una ricetta in cucina stiamo utilizzando un algoritmo. Quando seguiamo le istruzioni per comporre qualcosa, come il montaggio di un mobile Ikea o un modellino di un galeone da collezione, stiamo sequenziando un algoritmo. Apprendiamo cose nuove che entrano a far parte della nostra esperienza.

Anche gli algoritmi che utilizzano i social network o i motori di ricerca sono sistemi che si fondano su trasmissioni di segnali elaborati dall’apprendimento automatico (il machine learning). In questo modo il computer impara sempre cose nuove dai dati che riceve stimando eventuali probabilità che un evento si verifichi (ricorda qualcosa la gravidanza in incipit?).

È davvero possibile che algoritmi basati sulla segretezza più assoluta possano condizionare la nostra vita quotidiana senza che ce ne accorgiamo? Commentiamo gli status dei nostri amici su Facebook e Instagram, cerchiamo lavoro spulciando le posizioni aperte su LinkedIn, navighiamo i motori di ricerca facendo ogni genere di domanda e verifichiamo i nostri conti correnti dall’applicazione della nostra banca. Ogni giorno, senza sosta. Ma quanto conosciamo veramente dei meccanismi che governano queste operazioni?

Gli algoritmi condizionano veramente le nostre vite?

“Un giorno il motore di ricerca dovrà rispondere a domande come cosa farò domani o quale lavoro dovrei accettare?”. Queste sono le affermazioni di Eric Schmidt, ex CEO e presidente esecutivo di Google. Parole che vanno oltre il semplice condizionamento o la cosiddetta ingegneria del consenso. Forse un po’ eccessive.

Viviamo nell’economia dei dati, e chi lo nega. Siamo tutti consumatori di dati che ci aiutano nelle piccole e grandi scelte di ogni giorno. Quando leggiamo una notizia, quando scegliamo un ristorante, addirittura quando selezioniamo l’abbigliamento da indossare. Ma siamo anche, volenti o nolenti, fornitori di dati.

Forniamo dati a tutte quelle società che si avvalgono di algoritmi per elaborare e analizzare senza sosta le nostre valutazioni e preferenze. Gestendo la rete e le sue risorse riescono a classificare dei modelli interpretativi utili a indirizzare le nostre scelte. O almeno così dovrebbe essere. 

Che lo si faccia in maniera legittima e consentita non è sempre dato sapere. Che non sia del tutto un bene lo possiamo cogliere dalle considerazioni del filosofo Luciano Floridi che afferma: “tali modelli di analisi comportano anche rischi, poiché espandono l’orizzonte degli eventi e dei comportamenti prevedibili e, pertanto, anticipabili. Ciò solleva un problema etico”.

Più di un problema, per la verità. Le ricerche della professoressa Latanya Arvette Sweeney portarono a concludere che l’algoritmo di Google è discriminatorio nei confronti della comunità afroamericana. Big G naturalmente negò tutto in poco tempo, ma ciò che emerse fu l’impossibilità di valutare la neutralità dell’algoritmo poiché i criteri di calcolo sono noti soltanto a chi lo ha creato.

Pensiamo anche alle polemiche che hanno travolto il voto americano con l’elezione di Donald Trump e l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La profilazione delle persone sui social network, l’ingegneria del consenso e l’uso predittivo dei dati avrebbe influenzato il comportamento di milioni di persone alle urne, spingendole a votare rispettivamente il candidato repubblicano alla Casa Bianca e la Brexit nel Regno Unito. Stesse polemiche trasformate in applausi quando anni addietro fu Barack Hussein Obama a vincere usando gli stessi dati digitali. Mal comune mezzo gaudio?

Ma chi mette davvero in pericolo i nostri dati?

Leggiamo sempre più spesso di dati trafugati e poi rivenduti nel dark web, sottratti in modo illegale dalle piattaforme social che usiamo quotidianamente. Solo Facebook ne ha subiti due lo scorso anno. Ricordiamo tutti la famosa falla del sito dell’Inps durante la prima ondata Covid, una violazione dei dati personali bella e buona.

È evidente come tutti siamo bersaglio potenziale a rischio perseverante e concreto di violazione dei dati. Abbiamo bisogno di più sicurezza e dovrebbe essere indispensabile chiedere rispetto a governi e aziende private per l’attenzione nei confronti della nostra privacy; intesa non come segretezza ma come protezione delle nostre informazioni personali. Tutti quei comportamenti digitali delle persone memorizzati attraverso dati e metadati. Ma il tema della protezione della rete, nello spazio virtuale e liquido del web è ancora un concetto confuso ed enigmatico.

Ma chi è vittima di illecito digitale o furto di dati risulta sempre esente da negligenze? A quanto pare non proprio, perché sempre più spesso molte persone consegnano su un piatto d’argento informazioni sensibili, password e numeri di carte di credito. Si chiama pishing, un problema ancora molto diffuso.

Prendere precauzioni stando alla larga dai complotti

Navighiamo un mondo sempre più digitalizzato nel quale gli algoritmi “moderano” una grossa fetta del nostro vivere quotidiano. È un dato di fatto. Come è un dato di fatto il meccanismo non particolarmente trasparente che le grandi aziende utilizzano nel trattamento e rielaborazione dei dati e metadati che forniamo ogni giorno attraverso l’uso della tecnologia. Il loro potere consiste nel sapere ordinare i dati, perché nell’economia digitale il più grande valore è fare analisi automatizzata attraverso gli algoritmi per migliorare i servizi offerti.

La questione che emerge dal fondo, cinica e sfrontata, è una sola: siamo sommersi di dati e metadati. Il punto è questo. Forse è solo il caso di prenderne atto e di non farci intimorire. Siamo sicuri che le maggiori multinazionali dell’IT hanno come scopo finale quello di spiare le nostre conversazioni? O sono i governi a spingere per ottenere un certo tipo di informazioni? (Vedi documenti segreti pubblicati da Snowden sui programmi di sorveglianza governativi)

È probabile che a Facebook e Google non interessa sapere dove è localizzato Mario Rossi, cosa sta leggendo o cosa decide di comprare online. Quel che vogliono sapere è quali sono le tendenze di tutti, passando al setaccio uno alla volta. La verità è che anche gli algoritmi progettati dai migliori sviluppatori del pianeta non sono così intelligenti. Lasciamo decidere loro la strada più rapida da prendere per andare a lavoro, ma non chiediamogli di scegliere per noi quale lavoro.

Forse il nemico è quello sbagliato

Se la democrazia mondiale è in pericolo perché le persone vengono controllate, costrette e manipolate attraverso la profilazione dei nostri account personali, abbiamo tutti un serio problema di libertà, comprensione e consapevolezza. Se il furto di dati personali che ha travolto Cambridge Analytica è stato davvero utile a convincere milioni di utenti a votare per qualcuno o qualcosa (ancora tutto da dimostrare), la colpa sicuramente non è di Facebook.

Milioni (?) di persone che hanno partecipato spontaneamente (ripeto spontaneamente) a test e quiz concedendo di fatto dati ad aziende anonime, non lo hanno fatto forse con troppa superficialità? Siamo in colpevole ritardo. Non sarebbe forse ora di cominciare ad avere maggiore consapevolezza, rispetto e attenzione su temi come dati e privacy prima di puntare il dito contro i nemici sbagliati?

Iniziare a farsi le giuste domande potrebbe essere un ottimo inizio. Probabilmente è ancora presto per ottenere risposte esaurienti ma sicuramente impareremmo a stare alla larga dalle risposte sbagliate.

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