Emanuel Mazzilli, Senior Software Engineer di Facebook in Silicon Valley

In questa scuola ci impegniamo a diffondere nei nostri Studenti la consapevolezza di quanto importanti siano le relazioni per lo sviluppo della propria carriera, ma anche per la propria felicità in generale. Conoscere le persone giuste, a volte anche aiutati dalla serendipità, migliora la vita.

Succede che nel 2016 il Direttore Accademico della Digital Combat Academy, Federico Sbandi, conosce Emanuel Mazzilli a San Francisco. Viene fuori che è un genio, di quelli che meritano la massima risonanza mediatica: partito da Teramo da un terreno umile, Emanuel è arrivato in California unicamente grazie alla forza del proprio talento.

Lavora come Senior Software Engineer per Facebook, e in passato ha lavorato per Twitter e Mercedes Benz. Come ha riportato in un’altra intervista, ‘se state usando Facebook per Android state eseguendo il mio codice’, una frase di una potenza atomica.

Il destino lo ha portato in Italia, per alcuni progetti personali che faremo emergere nell’intervista, e il miracolo è stato vederlo accettare la nostra proposta di insegnamento come Docente conclusivo del Corso in Aula in partenza su Roma.

Parola a Emanuel Mazzilli, vanto dell’Italia nel mondo.

Le storie personali più interessanti sono quelle dei talenti che arriva molto lontano, pur essendo partiti molto indietro. Dall’Abruzzo a Menlo Park la strada è lunga, e non basta un semplice treno per arrivarci. Partiamo dunque dall’inizio: dove sei nato e come pensi che le tue origini abbiano influenzato la persona che sei oggi?

“Sono nato a Teramo nel 1987. Le mie origini abruzzesi mi hanno influenzato tantissimo. In particolare, ho speso tutte le mie vacanza in un posto magico tra le montagne che si chiama Alvi di Crognaleto, nella casa dei miei nonni. Le estati nei paesi di montagna abruzzesi sono uniche perché per qualche settimana hai tutte le persone originarie di quel posto da generazioni che si riuniscono lì da tutta Italia (anche da tutto il mondo).

Se vai al bar ci trovi persone con la seconda elementare che non parlano italiano, giudici della Corte Costituzionale che non parlano dialetto, emigrati negli USA negli anni ’70, emigrati in Australia da poco tempo, ogni titolo di studio dalla prima elementare al PhD. Lì l’età non esiste ed il fatto che si sia come un’unica famiglia porta a contatto persone di età diverse che altrimenti mai interagirebbero. Ecco, un contesto così mi ha insegnato ad interagire con ogni tipo di persona.

Questa cosa ci sembra scontata ma in America non esiste. Chi nasce in un quartiere ricco, va nelle scuole dei ricchi ed esce con gli amici ricchi dei genitori, senza alcuna esposizione alla diversità. O peggio, pensano che la diversità sia solo essere a contatto con gli stranieri (che è una cosa ottima). Essere a contatto con stranieri che fanno il tuo stesso lavoro, hanno il tuo stesso salario e la tua stessa cultura non ti ampia la visione come te la amplierebbe andare ad una festa di paese. Questa esposizione mi ha influenzato in tutto. In particolare nella mia vita lavorativa perché mi ha donato la capacità naturale di capire persone diverse. Questo è fondamentale per due motivi.

Il primo motivo è che chi come me lavora su prodotti che hanno una audience eterogenea, deve pensare come i propri utenti e non come se stesso. Il pericolo più grande che posso commettere è cadere nel confirmation bias e pensare che tutti i miei utenti usino il prodotto come me (maschio bianco, istruito, con cellulare grande e connessione veloce). Invece la grande forza di chi lavora sul prodotto è pensare come i propri utenti, dal Presidente degli Usa alla donna over sessanta Indiana che accede ad internet per la prima volta e non sa cosa vuol dire password.

Il secondo motivo è che nella vita lavorativa di tutti i giorni bisogna interagire con figure professionali che hanno una angolazione completamente diversa: designer, manager, director, product manager, content strategist. Ci vuole empatia per capire il punto di vista di tutti.

2 | Liceo Scientifico, Laurea Triennale e Specialistica in Ingegneria Informatica: l’evoluzione del tuo percorso formativo risulta lineare. Eppure da quando hai messo piede il primo giorno in aula nel Liceo Albert Einstein, a quando sei uscito dall’Università di Modena e Reggio Emilia, tanti pensieri devono aver viaggiato veloce nella tua mente. Hai davvero sempre saputo cosa avresti fatto nella vita o hai sviluppato questa consapevolezza lungo il percorso?

“Più o meno, salvo sprazzi di improvvisa illuminazione non ho mai saputo cosa fare nella vita. Tu pensa che finite le superiori mi sono iscritto a Psicologia a Chieti. Ho frequentato i corsi per 4 mesi ed ho capito che non mi piaceva. Mi sono trasferito a Roma da amici ed ho lavorato sei mesi come aiuto cuoco, cameriere e paninaro (non nel senso modaiolo del termine, facevo i panini dietro Piazza Cavour).

Penso che avere dubbi su cosa fare sia positivo, è una naturale condizione di chi esce dalla ‘comfort zone’. Se non hai dubbi vuol dire che stai facendo solo quello che sai fare bene, e facendo quello che sai fare bene non si cresce. La consapevolezza si sviluppa lungo il percorso. Dall’altra parte, durante questo percorso è come se trai vari dubbi, ci sia una vocina di sottofondo che sa benissimo cosa fare. Io ad esempio da bambino quando mi regalavano le macchine le smontavo per capire come erano fatte. Questo mi ha sempre fatto pensare che fossi un ingegnere e questa è stata la ‘vocina di fondo’ che anche quando frequentavo psicologia mi ha sempre dato la certezza di cosa avrei fatto”.

Il 2012 è stato un anno per te molto importante. Forse di svolta, forse una semplice tappa su un percorso evidentemente destinato a crescere, in ogni caso è stato un anno rilevante. Come sei arrivato alla Mercedes Benz in California e come hai vissuto emotivamente questo salto oltreoceano?

“Ero a Modena, avevo finito gli esami della Laurea Magistrale, dovevo fare un tirocinio, volevo farlo in azienda, magari all’estero. Così ho mandato il mio CV a diverse aziende della Silicon Valley, perché ovviamente da informatico quella era (ed è) per ma la Mecca. Avessi fatto il prete avrei voluto lavorare in Vaticano. Faccio l’informatico, voglio lavorare nella Silicon Valley. La mia professoressa ci mandò una email dicendo che avevano una posizione per un tirocinio alla Mercedes Benz, ma di non provarci se non ero nel top 3% degli studenti dell’ateneo. Io non pensavo di esserlo, ma mi presero lo stesso. In effetti, poi ho scoperto che lo ero”.

Di recente ha annunciato di aver chiuso il 2018 in attivo. Non è un’azienda qualunque: è Twitter, semplicemente uno dei social network più utilizzati al mondo. Il tuo profilo LinkedIn, al riguardo, parla chiaro: dal marzo 2014 al marzo 2016 hai lavorato nel team di sviluppatori per la parte di advertising lato Android. Di cosa ti sei occupato nello specifico e cosa ti sei riportato a casa da questa esperienza?

“Ho lavorato sulla parte mobile dell’advertisement, in un team che si chiamava Ad Formats. Ho implementato praticamente tutti i prodotti pubblicitari di Twitter tra il 2014 ed il 2016 su Android: website cards, promoted tweets, leadgen cards, app cards… Ho anche implementato la prima versione dell’in-app browser per Android. Negli ultimi mesi sono stato tech lead mobile per la partnership tra Twitter e Google (Double Click). Abbiamo integrato i servizi di tracking di Google con quelli di Twitter per migliorare il targeting della pubblicità”.

“Se state usando Facebook per Android state eseguendo il mio codice”. Una frase di una potenza incredibile, confidente e veritiera. Si dà infatti il caso che, inarrestabile come sempre, dopo Twitter tu sia riuscito a fare un ulteriore salto di qualità. Quali sono gli elementi più significativi di Facebook che, rispetto a Twitter, ti hanno fatto capire di essere arrivato in cima alla piramide professionale?

“In cima di no, forse non ci si arriva mai. Lavorando nella Silicon Valley aiuta la propria autostima e ti fa essere cosciente delle proprie capacità. Tuttavia, dall’altra parte sei a contatto con gente talmente mostruosa che ti senti davvero lontano dalla ‘cima’.

Ad esempio a Facebook avevo due colleghi Jim Meyering e Kent Back. Su di loro ci avevo fatto due esami alla Magistrale (Sistemi Operativi e Ingegneria del Software). Kent Back ha posto le basi del software moderno, inventando concetti che gli sviluppatori di tutto il mondo usano quotidianamente. L’ho incontrato e gli ho spiegato la mia visione su come classificavamo erroneamente gli ingegneri informatici. Lui era in disaccordo. Ora da una parte essere al cospetto di un gigante del genere ti fa sentire l’ultimo degli scemi (altro che in cima), dall’altra anche solo arrivare a ragionare con lui ed avere senso ti fa sentire che di strada ne hai fatta e tanto male non sei”.

C’è una parentesi che tocca il tuo lavoro, ma solo in modo tangenziale. Parliamo infatti di politica, e più in particolare del Movimento 5 Stelle, da sempre considerato in Italia come il movimento più vicino al digitale. Quando hai iniziato a interessarti di loro e, negli ultimi tempi, come ti sei fatto parte attiva del Movimento?

“Grazie per la domanda, l’apprezzo perché di solito questo è un argomento tabù per molti. Negli USA esprimere un pensiero politico è considerato positivamente. In Italia, purtroppo è uno stigma, ancor di più se in favore di una forza politica non troppo radicata nell’establishment. Detto ciò mi sono iscritto al Movimento nel 2012, appunto perché era il Movimento più vicino al digitale.

I Governi hanno sempre difeso gli interessi dei pochi, io ho visto nel digitale l’unica speranza di cambiare questa cosa, di mettere in crowdsourcing le intelligenze, di rendere l’accesso alla cultura (anche politica) ed all’informazione veramente per tutti. I primi a capirlo sono stati loro già nel 2009, quando molti nemmeno avevano un blog. Mi piace molto l’idea di un Movimento che, come un framework, metta insieme le intelligenze attraverso la rete. Poi mi piace l’idea estrema di democrazia: portare quante più persone a decidere quanto più possibile. Perché una cosa elaborata da molti spesso è meglio di una cosa elaborata da pochi.

Dal 2012 sono attivo online nelle discussioni. Faccio parte di un network di attivisti esteri e sono comunque sempre stato in contatto con parlamentari e gruppi Italiani. Cerchiamo un po’ di contaminarci con le idee politiche e tecnologiche. Nel 2018 sono stato il candidato più votato alla Camera durante le elezioni politiche per la circoscrizione estera ripartizione Centro e Nord America (USA, Canada, Messico e Centro America). È stata un’esperienza meravigliosa”.

Ormai sei grande, dunque potrebbe risultare inopportuno chiederti che sogni od obiettivi hai da grande. Eppure un fuoriclasse come te deve avere la testa che viaggia sempre ad alta velocità, e non saranno Twitter e Facebook a porre freno alla tua immaginazione professionale. Voliamo allora, voliamo in alto con questa immaginazione, e pensiamo al futuro. Dove ti vedi da qui al 2025?

“Vorrei prendermi un Master in Business Administration e fondare una startup di successo. Mi piacerebbe anche unire la mia passione politica con quella tecnologica in qualche modo. Più concretamente mi vedo con il master, una exit abbastanza grande e tornato in Italia per dare una mano al mio paese”.